Caldo estremo e rischio microclimatico: cosa cambia nella valutazione dei rischi
Esperti di igiene industriale spiegano come l'aumento delle temperature medie renda necessario aggiornare valutazione dei rischi e misure di prevenzione nelle aziende.
- L'aumento delle temperature medie di circa 1,5°C incide su infortuni, produttività e salute dei lavoratori esposti
- Settori più coinvolti: agricoltura, edilizia, logistica, trasporti e alcune lavorazioni industriali indoor
- Attenzione specifica a vulnerabilità di genere, lavoratori migranti e categorie informali come i rider
- Il quadro normativo italiano si basa su D.Lgs. 81/2008 e sulle recenti indicazioni operative dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro
Il rischio da stress termico legato ai cambiamenti climatici richiede alle imprese un aggiornamento costante della valutazione dei rischi, non solo nei mesi più caldi ma come elemento strutturale del documento di valutazione dei rischi (DVR). È quanto emerge dagli approfondimenti di igienisti industriali dell'Associazione Italiana degli Igienisti Industriali (AIDII), che durante un seminario tenuto a Bologna nell'ambito della fiera Ambiente Lavoro hanno illustrato dati ed evidenze scientifiche sul tema, utili anche a chi si occupa di sicurezza in piccole e medie imprese.
Le evidenze scientifiche
Secondo i dati ISPRA richiamati dagli esperti, le temperature medie annuali in Italia ed Europa sono aumentate di circa 1,5°C rispetto ai valori storici, con effetti diretti su infortuni e mortalità dei lavoratori esposti al calore eccessivo. Gli effetti possono essere acuti, come il colpo di calore, o cronici, con ripercussioni cardiorespiratorie, renali e cognitive che aumentano anche il rischio di incidenti sul lavoro per calo di attenzione e performance.
Settori e categorie più esposte
Le attività più a rischio restano quelle svolte all'aperto per periodi prolungati, con carico metabolico elevato e accesso limitato a punti di riposo e risorse idriche: agricoltura, edilizia, logistica e trasporti. Vanno però considerati anche ambienti industriali indoor con temperature elevate, come l'industria della carta, e categorie di lavoratori informali, tra cui i rider, spesso privi di una gestione strutturata della sicurezza. Gli esperti segnalano inoltre vulnerabilità specifiche legate al genere e alla condizione dei lavoratori migranti, meno acclimatati e talvolta svantaggiati da barriere linguistiche nel riconoscere i primi segnali di malessere.
Il quadro normativo
In Italia il rischio microclimatico rientra tra i fattori da valutare ai sensi del D.Lgs. 81/2008. Nel corso del 2026 l'Ispettorato Nazionale del Lavoro ha diffuso indicazioni operative per l'attività di vigilanza sul rischio da stress termico, con la nota n. 5484 del 6 luglio 2026, in attuazione del D.M. 95/2025. Le imprese, in particolare nei settori più esposti, sono quindi chiamate a documentare nel DVR le misure organizzative e tecniche adottate, comprese pause, disponibilità di acqua e ombra, acclimatazione dei lavoratori e attenzione alle categorie più vulnerabili, anche in vista delle prossime stagioni estive.
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